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figli

Sottrazione di minori: è reato impedire al genitore coaffidatario di esercitare la responsabilità genitoriale

2 Luglio 2025 Da Staff Lascia un commento

Cassazione penale sentenza n. 390/2025

In ambito di separazione o divorzio, i contrasti tra genitori possono spesso sfociare in comportamenti che ledono i diritti dell’altro genitore e, ancor peggio, quelli del minore. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha chiarito i confini tra legittimo esercizio della responsabilità genitoriale e condotta penalmente rilevante, configurando il reato di sottrazione di minori (art. 574 c.p.) a carico del genitore che ostacola l’altro nell’esercizio delle sue prerogative.

Il principio di bigenitorialità e l’art. 316 c.c.
Il nostro ordinamento, anche alla luce della normativa europea e della Convenzione sui diritti del fanciullo, riconosce e tutela il principio di bigenitorialità: entrambi i genitori, anche dopo la separazione, conservano la titolarità e l’esercizio della responsabilità genitoriale, ai sensi dell’art. 316 c.c.
Questa responsabilità si traduce in doveri e poteri condivisi relativi all’educazione, alla cura, alla crescita e allo sviluppo affettivo del figlio minore. Ne consegue che nessun genitore può, unilateralmente, sottrarre il minore all’altro o ostacolarne i contatti.

Quando scatta il reato di sottrazione di minori (art. 574 c.p.)
Secondo l’interpretazione fornita dalla Cassazione, integra il reato di cui all’art. 574 c.p. la condotta del genitore che, senza alcun provvedimento giudiziale a fondamento, decida arbitrariamente di allontanare il minore dal domicilio concordato o di trattenerlo presso di sé, impedendo così all’altro genitore coaffidatario di esercitare la sua funzione genitoriale.
Il reato si configura non solo nei casi di sottrazione materiale del minore (ad esempio, trasferimenti non concordati), ma anche quando, pur non spostandolo fisicamente, il minore viene di fatto “separato” dall’altro genitore, ostacolando il diritto alla relazione affettiva, alla partecipazione educativa e alla quotidianità familiare.

Il bene giuridico tutelato: la genitorialità condivisa
La norma penale tutela innanzitutto l’interesse del minore a mantenere una relazione equilibrata e continuativa con entrambi i genitori. Ma protegge anche il diritto del genitore coaffidatario a partecipare attivamente alla vita del figlio, nella convinzione che la bigenitorialità sia un valore primario, non derogabile se non da un’autorità giudiziaria.

La rilevanza dell’assenza di provvedimenti giudiziari
La Cassazione ha ribadito che non è necessario che esista un provvedimento di affidamento per configurare il reato: anche in assenza di una regolamentazione giudiziale formale, i genitori sono contitolari della responsabilità genitoriale. Quindi, ogni comportamento volto a escludere o a limitare arbitrariamente l’altro genitore è da ritenersi illegittimo e, nei casi più gravi, penalmente rilevante.

Conclusioni: una tutela rafforzata per il minore e per l’altro genitore
Questa pronuncia della Corte si inserisce in un quadro giurisprudenziale sempre più attento alla tutela concreta dei diritti del minore e alla necessità di sanzionare i comportamenti lesivi del principio di corresponsabilità genitoriale.
Per i genitori in fase di separazione o in situazioni conflittuali, è fondamentale comprendere che le decisioni relative alla vita del figlio devono essere sempre condivise o autorizzate dal giudice, e che comportamenti arbitrari possono sfociare in responsabilità penale.

 

 

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Single e adozione internazionale

1 Aprile 2025 Da Staff Lascia un commento

Corte Costituzionale, 21 marzo 2025, n.33

L’esclusione delle persone singole dall’adozione internazionale viola gli articoli 2 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’articolo 8 della CEDU.

Considerando gli interessi coinvolti e la finalità stessa dell’adozione internazionale, la scelta legislativa sancita dall’articolo 29-bis, comma 1, della legge n. 184 del 1983 risulta non necessaria in una società democratica. Essa non rispetta il principio di proporzionalità e finisce per ledere il diritto alla vita privata e all’autodeterminazione, ostacolando la possibilità di diventare genitori secondo un principio di solidarietà.

La norma contestata incide direttamente sul diritto alla vita privata, inteso come libertà di autodeterminazione, che in questo caso si manifesta nell’aspirazione alla genitorialità attraverso l’adozione di un minore straniero. Questo interesse, oltre a essere personale, assume anche una valenza di solidarietà sociale, poiché orienta il desiderio di genitorialità verso bambini e ragazzi già esistenti e bisognosi di protezione.

Il divieto in questione non è più giustificabile alla luce dell’attuale sistema giuridico. Dopo la riforma della filiazione del 2012-2013 (legge 10 dicembre 2012, n. 219), esiste un unico status filiationis (art. 315 c.c.), che non rende più necessario il legame tra questo status e la coppia coniugata per garantire al minore la massima tutela giuridica (sentenza n. 79 del 2022).

Inoltre, escludere a priori le persone singole dall’adozione non è un criterio idoneo a garantire al minore un ambiente stabile e armonioso. Il legislatore stesso ha riconosciuto che anche un singolo adottante può fornire un contesto sicuro e adeguato, anche in situazioni complesse o con minori che richiedono un particolare impegno. La Corte costituzionale, già con la sentenza n. 183 del 1994, ha affermato l’idoneità astratta delle persone singole a offrire un ambiente stabile e armonioso.

Tale considerazione è ancora più rilevante se si tiene conto del riconoscimento del modello di famiglia monoparentale nella Costituzione. Inoltre, nell’ambito della disciplina sull’adozione, il miglior interesse del minore è garantito dal controllo giudiziale sull’idoneità concreta dell’adottante. La giurisprudenza costituzionale ha sottolineato da tempo l’importanza di questa valutazione per individuare la soluzione ottimale nell’interesse del minore (sentenza n. 11 del 1981), evidenziando anche il ruolo di supporto che può essere offerto dalla rete familiare di riferimento, un elemento di cui il giudice può tenere conto nella valutazione dell’idoneità dell’adottante.

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Mantenimento dei figli maggiorenni: ospitalità in luogo dell’assegno?

18 Febbraio 2025 Da Staff Lascia un commento

Cassazione Civ., sez. I, ordinanza n. 3329/2025

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 3329/2025, ha stabilito che un genitore obbligato al mantenimento di un figlio maggiorenne non autosufficiente non può decidere unilateralmente di adempiere offrendo ospitalità in casa invece di corrispondere un assegno economico.

La vicenda riguarda un ventiduenne studente di farmacia che aveva fatto ricorso contro la madre dopo che la Corte d’Appello di Torino aveva revocato l’assegno mensile di 800 euro, riconoscendole solo l’obbligo di pagare il 50% delle spese mediche, scolastiche, sportive e ricreative. Secondo la Corte territoriale, l’obbligo di mantenimento andava ricondotto a un’obbligazione di tipo alimentare, prevista dall’art. 443 c.c., che consente a chi è tenuto a somministrare gli alimenti di scegliere tra il versamento di un assegno e l’accoglienza in casa. Poiché la madre non aveva mai acconsentito alla scelta del figlio di andare a vivere da solo, il contributo economico non era dovuto.

La Cassazione ha ribaltato questa interpretazione, chiarendo che l’obbligo di mantenimento ha una disciplina specifica, regolata dagli artt. 337-ter e 337-septies c.c., che prevedono un contributo economico determinato in base al principio di proporzionalità. In particolare, il mantenimento dei figli maggiorenni non autosufficienti si distingue dagli alimenti perché non è un’obbligazione alternativa, ma deve essere corrisposto in modo proporzionale alle risorse economiche dei genitori e alle esigenze del figlio.

Inoltre, la Suprema Corte ha criticato la decisione della Corte d’Appello perché non aveva considerato il tenore di vita del figlio durante la convivenza con i genitori né le condizioni economiche di entrambi, limitandosi a sottolineare che il padre già versava un assegno e che entrambi contribuivano alle spese straordinarie.

In conclusione, la Cassazione ha affermato che il genitore obbligato non può scegliere unilateralmente di adempiere al mantenimento accogliendo il figlio in casa, ma può solo chiedere che questa circostanza venga considerata ai fini della quantificazione dell’assegno. L’importo deve essere determinato tenendo conto del tenore di vita precedente, delle necessità del figlio e delle capacità economiche di entrambi i genitori.

 

 

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Assegnazione casa familiare, mobili e arredi

22 Luglio 2024 Da Staff Lascia un commento

Cassazione civile, sez. I, ord. 17 giugno 2024 n. 16691

Con l’ordinanza n. 16691/2024 la Corte di Cassazione ha affermato che “l’assegnazione della casa familiare deve comprendere anche tutti gli arredi che contribuiscono a rappresentare l’habitat familiare” e non viene meno anche in caso di assenze dei figli, giustificate dalla frequentazione universitaria fuori residenza, se permane un collegamento stabile dei medesimi con l’abitazione del genitore.
La pronuncia della Suprema Corte trae origine da un ricorso proposto da una donna nell’ambito di un procedimento per lo scioglimento degli effetti civili di un matrimonio e si pone in continuità con la giurisprudenza precedente..
In primo grado, il Tribunale di Trieste riconosceva la sussistenza delle condizioni per il riconoscimento dell’assegno divorzile alla moglie, quantificato in € 1.200,00, e condannava il padre a contribuire al mantenimento dei figli maggiorenni ma non economicamente autosufficienti.
La Corte di Appello tuttavia, accogliendo il ricorso dell’ex marito, revocava il contributo al mantenimento di uno dei figli in ragione della raggiunta autosufficienza economica, revocava altresì l’assegnazione della casa familiare in ragione della lontananza dalla casa familiare della figlia – studentessa universitaria fuori sede – definiva come “legislativamente non prevista” l’assegnazione degli arredi e e, da ultimo, revocava l’assegno divorzile ritenendo la donna dotata di redditi adeguati al proprio sostentamento.
L’ex moglie presentava ricorso per Cassazione con quattro motivi di impugnazione che venivano ritenuti tutti fondati.
Con il terzo motivo, la donna lamentava quanto affermato dal giudice di secondo grado in merito alla revoca dell’assegnazione della casa familiare precisando che gli arredi devono essere considerati parte integrante dell’habitat domestico tutelato ai sensi dell’art. 337 sexies c.c. Sul punto, inoltre, la donna eccepiva che la Corte aveva omesso di considerare la non autosufficienza economica della figlia e aveva disatteso il principio secondo cui la convivenza con i figli ai fini dell’assegnazione non cessa automaticamente se si frequenta un ateneo a distanza, laddove la casa familiare rimanga comunque il luogo cui fare sistematicamente e periodicamente ritorno.
La Suprema Corte, trattando congiuntamente questi motivi, ha confermato che l’assegnazione della casa familiare ai sensi dell’art. 337 sexies c.c. si estende anche ai mobili e agli arredi poiché i figli – minori o maggiorenni non autosufficienti – hanno diritto a conservare l’habitat familiare in cui sono cresciuti composto delle mura, degli arredi, dei comfort e dei servizi che durante la convivenza hanno caratterizzato lo standard di vita familiare.
In particolare, la Corte ha aderito alla nozione di “casa familiare” così come offerta dalla Corte Costituzionale, quale “ambiente domestico”, costituente un centro di affetti, interessi e consuetudini di vita, ambiente che concorre allo sviluppo e alla formazione della personalità della prole. La “casa” viene così “funzionalizzata” alla tutela dei figli e del loro interesse a permanere nel proprio “focolare domestico”, una tutela che gode di copertura costituzionale ai sensi degli artt. 29, 30 e 31 Cost., essendo strumento di protezione dell’interesse della prole. In altri termini, la “casa familiare” – la cui utilizzazione è dall’art. 155, quarto comma, c.c. riservata in via preferenziale al coniuge cui vengono affidati i figli – non è rappresentata dal solo immobile, ma deve essere considerata come espressiva di tutto ciò che, durante la convivenza concorreva ad identificare il “centro di aggregazione e di unificazione della famiglia”, e quindi come un’entità complessiva che ricomprende tendenzialmente anche i beni mobili che ne costituiscono l’arredo (Cass., 9 dicembre 1983, n. 7303).
Tuttavia, se è vero che l’assegnazione della casa familiare si estende, di norma, a mobili ed arredi, è pur vero che nulla vieta ai coniugi di pattuire che alcuni mobili, tanto più se di proprietà esclusiva di uno di loro, siano prelevati dalla casa familiare. Di fatti, il coniuge non assegnatario si trova costretto a cercare una nuova ed adeguata sistemazione abitativa ed è logico che attinga in qualche misura, con l’accordo dell’altro, ai mobili della casa familiare.

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Affidamento dei figli: quando i provvedimenti sono ricorribili per Cassazione?

28 Giugno 2024 Da Staff Lascia un commento

Cassazione civile, sez. I, ordinanza 3 aprile 2024, n. 8744.

I provvedimenti sulle modalità di frequentazione e visita del minore sono ricorribili per Cassazione quando violano il diritto fondamentale alla vita familiare, come sancito dall’ art. 8 CEDU, che trova esplicazione nel diritto alla bigenitorialità.
Fino a tempi recenti, l’orientamento seguito dalla Suprema Corte era quello che negava – laddove la statuizione impugnata avesse ad oggetto le sole modalità del collocamento dei figli, dei quali, non fosse contestato l’affidamento condiviso ai genitori – la possibilità di ricorrere per Cassazione ex art. 111 Cost. per mancanza dei caratteri della decisorietà e definitività. Secondo il ragionamento della Corte, tali provvedimenti sarebbero “privi di attitudine al giudicato in quanto modificabili in ogni momento a prescindere dalla sopravvenienza di fatti nuovi, quindi, non sono (…) decisori nè definitivi”

Da ultimo, i Giudici di legittimità hanno mutato orientamento, affermando che le statuizioni che attengono alle modalità di frequentazione e visita del minore sono censurabili per Cassazione, superando il filtro dell’inammissibilità per il difetto di decisorietà o per carattere di valutazione di merito, quando l’invalidità dedotta si risolve nella lesione del diritto alla vita familiare, che appartiene al minore ed anche a ciascuno dei genitori, e trova esplicazione nel diritto alla bigenitorialità.

E’ quanto si evince dall’ordinanza del 3 aprile 2024, n. 8744, con la quale la Corte di cassazione ha ritenuto ammissibile il ricorso straordinario per cassazione contro i provvedimenti che, all’esito dell’appello o del reclamo (a seconda del tipo di procedimento avviato), attengono all’affidamento e al mantenimento dei figli minori.

Tali provvedimenti giudiziali, statuendo sulle modalità di frequentazione e visita dei figli minori, sono ricorribili per cassazione nella misura in cui il diniego di frequentazione si traduce nella negazione della tutela giurisdizionale a un diritto fondamentale, quello alla vita familiare.

Tale diritto, sancito dall’art. 8 CEDU, secondo la Cassazione, viene leso da quelle statuizioni che, adottate in materia di frequentazione e visita del minore, risultino a tal punto limitative ed in contrasto con il tipo di affidamento scelto, da violare il diritto alla bigenitorialità, inteso quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantire a quest’ultimo una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, nel dovere dei primi di cooperare nell’assistenza, educazione ed istruzione della prole il cui rispetto deve essere sempre assicurato nell’interesse superiore del minore.

Come noto, l’art.. 8 Cedu tutela sia il diritto del genitore affidatario al rispetto delle prerogative genitoriali attribuitegli ai sensi del diritto nazionale, sia il diritto del genitore non affidatario a mantenere adeguati contatti con il minore, esercitando il diritto di visita , diritti , questi, che devono essere contemperati con il superiore interesse del minore. La Corte ha sottolineato la necessità di operare un congruo bilanciamento tra il diritto del genitore non affidatario a mantenere un rapporto personale con il figlio e il benessere psicofisico di quest’ultimo. Ne deriva l’obbligo, per le autorità nazionali, di supportare con misure adeguate il contatto del genitore non affidatario con la prole, pur nella consapevolezza che il diritto di visita non dovrebbe essere attuato contro la volontà dei minori interessati.

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Sì al collocamento dei figli nella casa familiare: i genitori si alternano

10 Giugno 2024 Da Staff Lascia un commento

Corte d’Appello di Torino, decreto del 14 marzo 2024, n. 314

Uno tra i provvedimenti più significativi emessi nell’ambito di un procedimento di separazione o divorzio è quello relativo al collocamento della prole, mediante il quale si provvede alla scelta della residenza abituale del minore a seguito della cessazione della convivenza tra i genitori.
Da tale decisione discende una serie di conseguenze di tutto rilievo, prima fra tante quella dell’assegnazione della casa familiare.
Il godimento della casa familiare viene infatti riconosciuto, a prescindere dal diritto di proprietà vantato sull’immobile, al genitore presso cui i figli vengono, appunto, collocati.
E’ facile comprendere, pertanto, come la decisione giudiziale circa il collocamento dei figli, in assenza di un accordo tra le parti, costituisca una tra le più frequenti cause di dissapori tra genitori separati o divorziati.

Più nello specifico, l’art. 337 ter c.c. prevede che: “Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori […] il giudice adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori, in particolare qualora raggiunti all’esito di un percorso di mediazione familiare […].
Dalla lettura del dettato normativo si evince che il collocamento della prole può essere prevalente o paritetico, così come comunemente definito.
Se il collocamento è “prevalente” la prole viene collocata presso uno dei due genitori (c.d. genitore collocatario) a cui è assegnata la casa familiare, lasciando al genitore non collocatario il diritto di visita secondo un calendario prestabilito.
Diversamente, il collocamento paritetico prevede che i figli vivano per alcuni giorni presso l’abitazione paterna e per altri presso quella materna.

Con l’ordinanza n. 6810/2023 la Corte di Cassazione ha operato una vera e propria rivoluzione copernicana, stabilendo che il collocamento della prole potesse avvenire mediante alternanza dei genitori nella casa familiare.
Un’opzione, quest’ultima – spiega la Corte di legittimità – “che presuppone una seria e concordata organizzazione dei genitori a ciò funzionale, nel rispetto e nell’esercizio della responsabilità genitoriale di ciascuno” – la quale deve rispondere – “ al reale interesse dei minori ed alle loro esigenze di crescita ed essere idonea a consolidare l’habitat e le consuetudini di vita, finalità a servizio della quale è prevista l’assegnazione della casa familiare, di modo da consentire al giudicante gli approfondimenti istruttori, anche officiosi, e le valutazioni del caso, tenuto conto – previo ascolto dei minori ex art. 315 bis, comma 3, c.c. – dell’età, del grado di maturità e del livello di capacità di gestirsi anche in autonomia raggiunto dagli stessi.”
Mediante questo nuovo modello organizzativo i giudici di legittimità hanno introdotto, pertanto, la possibilità – bene accolta dai tribunali territoriali – che la casa familiare rimanga ad esclusiva fruizione della prole, prevedendo un meccanismo rotativo che consenta ai genitori di alternarsi, in giorni ed orari stabiliti, nell’ottica del “superiore interesse del minore” .
Tuttavia, se in un primo momento la Corte di Cassazione aveva stabilito che per poter disporre un collocamento mediante permanenza fissa dei minori nella casa familiare e rotazione dei genitori presso la stessa fosse necessaria la sussistenza di talune condizioni (quali l’assenza di rapporti conflittuali tra genitori e spirito di collaborazione che abbia ad oggetto non solo la cura del figlio, ma, altresì, la gestione della casa); da ultimo, La Corte d’Appello di Torino ha emesso un’innovativa decisione in tema di collocamento della prole confermando, con il decreto n. 314 del 14 marzo 2024, la pronuncia del Tribunale di Cuneo che, senza alcun accordo tra le parti, aveva disposto il collocamento paritario e alternato delle figlie nella casa coniugale.
Tale pronuncia può essere considerata all’avanguardia principalmente perché, per la prima volta, viene disposto un affido paritario e alternato in via impositiva, pur mancando il consenso di entrambe le parti. Fino al marzo scorso, infatti, si riteneva che tale soluzione potesse essere accolta solo in caso di accordo tra i genitori e quindi in assenza di contrasti tra gli stessi. La Corte d’Appello di Torino ha ritenuto, tuttavia, che subordinare la scelta del collocamento mediante permanenza fissa della prole nella casa familiare alla sussistenza di uno spirito collaborativo tra i coniugi costituisca, ancora una volta, una fonte du pregiudizio eccessivo per i figli, trasformandosi in un rimedio residuale e difficilmente utilizzabile.
Ne consegue che la previsione di una rotazione settimanale alternata dei genitori nella casa familiare possa essere accordata anche in assenza di un clima di reciproca cooperazione.
In questo modo si pongono davvero le basi per la concreta salvaguardia della serenità dei figli, garantendo agli stessi un ambiente di vita stabile e prevedendo che siano gli adulti a doversi organizzare per garantire la continuità affettiva ai minori, vittime incolpevoli della crisi coniugale.

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SI’ ALLA SCUOLA PRIVATA ANCHE SENZA IL CONSENSO DELL’ALTRO GENITORE

24 Maggio 2024 Da Staff Lascia un commento

Corte di Cassazione, ordinanza n. 13570/2024

In caso di disaccordo tra i genitori separati (ed entrambi affidatari) sulla scelta della scuola del figlio, pubblica o privata religiosa, la laicità dello Stato non può trasformarsi in un principio superiore rispetto a tutti gli altri al punto da orientare necessariamente la scelta verso un istituto pubblico.

IL CASO

Nell’ambito di una causa di divorzio, una donna presentava un ricorso al fine di ottenere l’autorizzazione ad iscrivere il figlio minorenne, per il ciclo di scuola secondaria di primo grado, presso l’istituto scolastico in precedenza frequentato. Dopo l’audizione del minore, il tribunale autorizzava, salvo differente espresso accordo dei genitori, a procedere, pure senza il consenso del padre, a iscrivere il minore alla scuola secondaria. Si osservava che, in mancanza di un’intesa tra i genitori a favore di un istituto scolastico privato, e non emergendo controindicazioni all’interesse del minore, la decisione non poteva che essere a favore dell’istruzione pubblica, salva l’esistenza di elementi da cui desumere un interesse del minore a frequentare una scuola diversa da quella pubblica. Nel caso di specie, il giudice di prime cure ha tenuto conto dell’interesse del ragazzo a proseguire il percorso scolastico presso l’istituto scolastico già frequentato, elemento di stabilità e continuità relazionale e sociale.
Il padre – che non aveva prestato alcun consenso a che il figlio frequentasse una scuola privata – si è rivolto dapprima alla Corte d’appello, che non ha accolto l’impugnazione, e, successivamente, ha adito la Corte di Cassazione lamentando che la scelta della madre “vanifica la laicità delle scuole pubbliche” realizzando una “coazione del minore verso una determinata religione”.

IL PRINCIPIO DI DIRITTO

I Giudici di legittimità si sono occupati di dirimere il contrasto insorto tra separati, ambedue esercenti la responsabilità genitoriale, sulla scelta della scuola, religiosa o laica, presso cui iscrivere il figlio, ritenendo prevalente l’esigenza di tutelare il preminente interesse del minore a una crescita sana ed equilibrata. Infatti, il principio di laicità “non può essere invocato in termini assoluti, né esso può assurgere a valore tiranno, rispetto agli altri, pure in gioco”.
In altri termini, la laicità dello Stato non può trasformarsi in un principio superiore rispetto a tutti gli altri al punto da orientare necessariamente la scelta verso un istituto pubblico. Tale principio va infatti bilanciato con altri valori, parimenti di rango costituzionale, come il “benessere del minore e il suo interesse a mantenere i rapporti sociali” già acquisiti.
Nel caso si specie, si è evidenziato che già dall’audizione del minore era emerso il suo desiderio di poter continuare a frequentare lo stesso istituto, “dove aveva numerose amicizie e buoni rapporti con gli insegnanti”. Inoltre, dalla relazione psicodiagnostica richiesta da entrambi i genitori, emergeva che il minore “aveva bisogno di stabilità e conservazione dei riferimenti acquisiti, anche alla luce del disturbo non specificato, di cui soffriva”.
Peraltro, la Suprema Corte ha ritenuto che in una fase esistenziale già caratterizzata dalle difficoltà conseguenti alla separazione dei genitori, sia importante non introdurre fratture e discontinuità ulteriori, come quelle facilmente conseguenti alla frequentazione di una nuova scuola, assicurando ai figli minori la continuità ambientale nel campo in cui si svolge propriamente la loro sfera sociale ed educativa.
L’impianto seguito dalla Corte di Cassazione è, oltretutto, quello più volte ribadito dalla CEDU (ex multis sentenza n. 54032/22), secondo cui talune limitazioni sulle modalità di coinvolgimento del minore in una pratica religiosa scelta da uno dei genitori non costituiscono una discriminazione se funzionali a garantire e preservare il superiore interesse del minore.
Si osservi, peraltro che in caso di contrasto su scelte rilevanti, il giudice, è chiamato, in via del tutto eccezionale ad adottare provvedimenti in luogo dei genitori a “ingerirsi nella vita privata della famiglia”. Nel farlo, il giudice è obbligato a tenere conto “esclusivamente del superiore interesse, morale e materiale, del minore a una crescita sana ed equilibrata”. “Con la conseguenza – prosegue la decisione – che il conflitto sulla scuola primaria e dell’infanzia, pubblica o privata, presso cui iscrivere il figlio, deve essere risolto verificando non solo la potenziale offerta formativa, l’adeguatezza edilizia delle strutture scolastiche e l’assolvimento dell’onere di spesa da parte del genitore che propugna la scelta onerosa ma, innanzitutto, la rispondenza al concreto interesse del minore, in considerazione dell’età e delle sue specifiche esigenze evolutive e formative, nonché della collocazione logistica dell’istituto scolastico rispetto all’abitazione del bambino, onde consentirgli di avviare e/o incrementare rapporti sociali e amicali di frequentazione extrascolastica, creando una sua sfera sociale, e di garantirgli congrui tempi di percorrenza e di mezzi per l’accesso a scuola e il rientro alla propria abitazione”.
Ne discende che l’esigenza di garantire la piena libertà di credo religioso a favore del minore è da ritenere recessiva dinnanzi al superiore interesse di quest’ultimo di soddisfare i propri desideri di continuare la frequentazione della scuola privata laddove questa scelta contribuisca ad assicurare una crescita equilibrata e stabile, fondata sui riferimenti sociali acquisiti.

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Telefonate del figlio con l’ex coniuge: ascoltare è reato se non c’è pericolo per il minore

14 Marzo 2024 Da Staff Lascia un commento

Telefonate del figlio con l’ex coniuge: ascoltare è reato se non c’è pericolo per il minore.
A stabilire il superiore principio di diritto la Suprema Corte Sez. V penale con la recente sentenza n.7470/2024.

La questione giuridica

Accade spesso che un genitore ascolti (e talvolta financo registri) le telefonate tra il figlio minore e l’altro genitore separato.
In genere ciò avviene in un contesto di alta conflittualità tra i coniugi, in cui non è infrequente che i genitori tendano ad intrattenere conversazioni telefoniche volte a screditare l’altra figura genitoriale. 
In questi casi, tuttavia, il rischio è quello di integrare la fattispecie di reato prevista e punita dall’art. 617 c.p., secondo cui “chiunque, fraudolentemente, prende cognizione di una comunicazione o di una conversazione, telefoniche o telegrafiche, tra altre persone o comunque a lui non dirette, ovvero le interrompe o le impedisce è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a cinque anni”. 

La vicenda

Il Tribunale di Ancona condannava in primo grado una donna per aver posto in essere una condotta illecita quale quella di ascolto e registrazione delle conversazioni tra il marito dal quale si era separata e la figlia di appena dieci anni.
La donna proponeva appello rilevando che i toni del padre nel corso delle telefonate fossero spiccatamente aggressivi e connotati da un intento di prevaricazione.
La Corte di Appello di Ancona, respingendo l’argomento difensivo della donna, confermava la sentenza dei giudici di prime cure.

La donna ricorreva in Cassazione

I legali della donna ricorrevano in Cassazione, sostenendo che la loro assistita non fosse responsabile del reato a lei ascritto. Ritenevano infatti che – nel corso delle telefonate tra padre e figlia – anche lei interloquiva con l’ex marito, venendo quindi a mancare il carattere fraudolento dell’ascolto.
Si rimarcava peraltro che, pur assumendo che si trattasse di comunicazioni riservate, il comportamento aggressivo e prevaricatore del padre aveva reso necessario l’intervento di incursione della donna. Ciò non soltanto per evitare che la minore potesse trarre pregiudizio dalle telefonate, ma anche per impedire che il Tribunale civile accogliesse la richiesta dell’uomo di collocare presso di lui la bambina.
Tale circostanza avrebbe fatto venir meno la condotta intrusiva in quanto la donna avrebbe agito in uno stato di necessità e a tutela della minore, determinando l’applicazione delle scriminanti di cui agli artt. 54 (stato di necessità) e 51 c.p. (esercizio di un diritto o adempimento di un dovere) che escludono l’antigiuridicità del fatto. 

La decisione degli Ermellini

La Cassazione, nell’esercizio della sua funzione nomofilattica, ha chiarito che il reato di cui all’art. 617 c.p. può essere scriminato dall’esercizio legittimo del potere del genitore che discende dal dovere di vigilanza sulla prole. La scriminante deve essere valutata ex ante e non esclusivamente in base al contenuto emerso dalle conversazioni ascoltate “fraudolentemente”. 
Nel caso in esame i Giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso della donna ritenendo che il fatto non potesse essere scriminato.
L’intrusione della donna nelle comunicazioni, infatti, non è determinata da una effettiva necessità e non è funzionale al perseguimento delle finalità per cui il potere è conferito.
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Fine della relazione e restituzione delle somme versate al partner

Assegno divorzile: la Cassazione ribadisce il valore compensativo delle scelte familiari

Separazione e violenza domestica: anche un solo episodio può giustificare l’addebito

Patrocinio a spese dello Stato

L’Avv. Antonella Arcoleo è iscritta all’albo dei difensori disponibili al patrocinio a spese dello Stato, noto anche come “gratuito patrocinio”, presso il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Palermo.

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Lo Studio Legale Arcoleo offre il servizio di domiciliazione. Per richiedere domiciliazioni è possibile inviare una e-mail compilando il modulo presente in questa pagina o contattando la segreteria dello Studio al numero 091 345 126.
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Diritto del lavoro

Lo Studio Legale Arcoleo assiste i propri clienti nei vari ambiti del diritto del lavoro, del diritto sindacale e della previdenza sociale, fornendo consulenza sia in ambito stragiudiziale che giudiziale e con riferimento all’istaurazione, allo svolgimento ed alla cessazione del rapporto di lavoro.

A tal fine, lo Studio si avvale di molteplici apporti specialistici (consulenti del lavoro, commercialisti) anche nelle questioni che investono discipline complementari, per garantire alla clientela un’assistenza ancora più completa grazie ad un miglior coordinamento tra le diverse professionalità.

Assistenza alle aziende

Lo Studio Legale Arcoleo vanta un’importante esperienza nell’assistenza alle imprese.

Alla base del successo di ogni azienda vi è la particolare attenzione per gli aspetti legali strettamente correlati al business che se correttamente e tempestivamente curati garantiscono alle imprese una sensibile riduzione del contenzioso.

Lo Studio Legale Arcoleo garantisce ai propri clienti attività di consulenza costante e continuativa anche a mezzo telefono e tramite collegamento da remoto.

Diritto penale di famiglia

L’Avv. Antonella Arcoleo coadiuvato  da altri professionisti come avvocati psicologi e mediatori è da sempre impegnato in prima linea per difendere e tutelare i diritti fondamentali della persona in caso di abusi o violenze e offre consulenza e assistenza legale.